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Depeche Mode – “Playing the angel”

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Con l’uscita nel 2005 del loro ultimo album, dopo ben quattro anni d’assenza sulla scena musicale, i Depeche Mode hanno festeggiato alla grande i loro venticinque anni di carriera di successo.
Le sonorità dell’album ricordano particolarmente quelle degli esordi; il cantante e i suoi compari decidono di puntare ancora una volta sull’elettronica, come piace a loro, ma riuscendo comunque a dare delle tonalità talvolta malinconiche, come dolci o aggressive.

Il tutto si apre col brano intitolato “A pain that I’m used to”, la seconda traccia estratta dall’album, un brano in grado di attirare l’attenzione dell’ascoltatore e di farlo proseguire volentieri all’ascolto di tutto il cd, dominato da suoni elettronici che calzano a pennello. Si prosegue con “John the revelator”, un brano ballabile da hit parade con influenze blues, mentre al terzo posto si può ascoltare “Suffer well”, un bellissimo brano scritto per la prima volta interamente dal leader del gruppo accompagnato da musiche anni ’80 determinate.

Poi è il turno di “The sinner in me”, un misto che provoca inquietudine ma allo stesso tempo anche un sentimento di dolcezza nell’ascoltatore, fino ad arrivare alla mitica “Precious”, un singolo molto simile all’osannata “Enjoy the silence”, con un sound notevolmente malinconico che colpisce direttamente il cuore scaturendo forti emozioni; tratta effettivamente in maniera particolarmente passionale di una storia d’amore finita.

“Macrovision” potrebbe sembrare una sottospecie di preghiera, mentre brani come “I want it all” e “Nothing’s possible” appaiono piuttosto cupi e nostalgici (rispecchiano effettivamente la linea sonora che i Depeche Mode hanno sempre seguito). La traccia più strumentale rispetto alle altre è “Instrospective”, che prepara all’ascolto di un pezzo di buona qualità quale “Damage peolpe”, un’altra ballata elettronica che forse potrebbe essere ritenuta anche la canzone più bella di tutto l’album.

Il lavoro del gruppo si conclude perfettamente con un singolo come “Lilian”, il cui testo parla di una donna rappresentata come “femme fatale”, una musa che ispira canzoni ma che si diverte a spezzare cuori, e “The darkest star”, notevolmente cupo dominato da cori inquietanti, che ci riporta a sentimenti dolorosi e particolarmente tristi.

Si può dire un grande ritorno per questo storico gruppo che ha affrontato bellissimi periodi di gloria come periodi di difficoltà e buio totale, al quale riescono come sempre a dare sfogo in modo perfetto tramite le loro canzoni.

Categories: Musica Pop Recensioni Rock

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matteo

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