Blink 182

settembre 23rd, 2008

La notizia dell’incidente aereo di Travis Barker mi ha profondamente colpito e mi ha causato un imperdonabile “back in the days”, facendomi recuperare i vecchi amatissimi album dei Blink 182, che hanno caratterizzato gli ascolti della mia preadolescenza e dei primi anni del liceo.

Sono, dunque, tre giorni che non ascolto altro, e questo mio viaggio nel passato mi ha condotto ad alcune considerazioni che vorrei ora esplicare.

I Blink 182 sono stati considerati dalla maggior parte degli appassionati musicali come un gruppo punk per scolaretti, un simpatico trio di buffoncelli che gioca a fare l’anticonformista ma che non è molto diverso da un qualsiasi prodotto commerciale della MTV Generation.
I puristi li hanno sempre trovati un insulto alla vera filosofia punk, e ciò è stato purtroppo dimostrato in occasione dell’Independent Days del 2001, quando i tre ragazzi di San Diego vennero brutalmente fischiati e insultati.

Non dirò mai che in realtà i Blink 182 sono dei veri punk e che i puristi sono solo degli alternativi intellettualoidi con la puzza sotto il naso. Semplicemente, vorrei riflettere sul fatto che i Blink 182 hanno avuto una importanza fondamentale nella evoluzione della musica pop-punk-rock degli anni a cavallo tra i 90s e il Duemila e che sono stati portatori di una attitudine al rock e alla società ben definita.

Caratterizzati sin dagli esordi da canzoni orecchiabili e veloci, supportati dalle particolarissime voci di DeLonge e Hoppus e dalla trascinante batteria di Scott Rayner prima e di Barker poi, i Blink 182 hanno fatto dell’ironia la loro arma fondamentale, il segreto per avere un successo a livello mondiale.
Il punk dei Blink 182 non è più musica di ribellione, non ha risvolti politici e non vuole sovvertire le gerarchie sociali. Il punk dei Blink 182 è, però, musica di non omologazione.
L’attitudine cazzona del trio non va confusa con immaturità e conformismo.

La filosofia contenuta in album come “Dude Ranch”, “Enema of the state” e “Take off your pants and jacket” è quella di una presa di consapevolezza della fine delle lotte e della “rabbia giovane” che ha costituito la spina dorsale del punk americano, dai Germs fino a Cobain. Non c’è più niente contro cui protestare in maniera unita e compatta, il capitalismo ha creato i suoi mostri e ha vinto. L’unica via di fuga è, dunque, l’ironia beffarda e cialtrona, la non voglia di crescere, il bisogno di restare ragazzini per non venire ancora del tutto inglobati nel sistema. Cappellino alla rovescia, skateboard, turbamenti adolescenziali.

Il retro della copertina del fantastico “Dude Ranch” può valere come esempio. I tre ragazzotti hanno in mano una pistola e indossano un improbabile cappello alla texana e un vestito degno del miglior John Wayne. Ti guardano dritto negli occhi e sembra che ti vogliano minacciare, “qua c’è spazio solo per uno dei due”. Un’immagine del genere non potrà mai essere presa come una critica alla politica americana, ciononostante ha comunque una sua valenza anticonformista. E’ piuttosto un invito al gioco, al rifiuto di prendere troppo sul serio una vita nella quale gli ideali sono ormai assenti e il resto è solo mcdonald, playstation, bush.

Mi piace pensare ai Blink 182 come dei “clown del punk”, divertenti e demenziali ma inevitabilmente infettati da un insanabile disagio interiore.

“So give me one good reason
Why we need to be like them
Kids will have fun and offend
They don’t want to and don’t fit in”

(“Give me one good reason”, da “Take off your pants and jacket”)

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